Intervista a Tom Morello

Pubblicato il da prettyvacant

RS Interview: Tom Morello

Il chitarrista "adottato" da Bruce Springsteen parla della lavorazione di "High Hopes". E dall'America arriva lo streaming dell'album… ma l'Italia rimane fuori

 

Di Andy Greene

Il chitarrista dei Rage Against the Machine Tom Morello ha suonato per la prima volta con Bruce Springsteen e la E Street Band a un concerto nel 2008 in quel di Anaheim, California. “È stata la prima volta che mi ricordo in maniera precisa quando il pubblico è rimasto a bocca aperta”, racconta il manager di Springsteen Jon Landau. “Quello che (Tom) ha fatto suThe Ghost of Tom Joad fu così inaspettato, così emozionante… Bruce di solito passa alla canzone successiva in scaletta abbastanza velocemente, ma quella sera non ci riuscì perché il pubblico non smetteva di applaudire.

Quello fu l’inizio di una amicizia stretta e di una collaborazione musicale che l’anno scorso ha raggiunto il suo culmine quando il chitarrista ha sostituito Steven Van Zandt durante il tour in Australia. Insieme i due hanno registrato tracce nuove durante le pause fra i concerti, e Morello ha continuato a lavorare a nuovo materiale anche a tour concluso e Van Zandt rientrato in formazione. Morello suona su otto canzoni di High Hopes, fuori la settimana prossima. Gli abbiamo chiesto di parlarci del processo di gestazione del disco.

Torniamo all’inizio di tutto. Come hai saputo che Bruce voleva te perché suonassi durante il tour dell’Australia? 
È passato molto tempo ma credo che mi abbia chiamato Jon Landau. Fui da subito entusiasta e insieme immediatamente intimidito all’idea di dover imparare 600 canzoni di Bruce Springsteen [ride]. Sapevo che il processo con il quale Bruce sceglie le scalette dei concerti tiene tutti col fiato sospeso. Avendo assistito a tanti suoi concerti il mio pensiero fisso era “Oddio, se mi aspettano dei live da tre ore e mezza ogni giorno, potrebbe essere un problema”. E un po’ lo è stato. Ma è stato anche grandioso.

Come ti sei preparato?
Bruce mi ha dato una lista di 50 brani, e giusto per essere chiari, studiare la musica non è il mio forte [ride]. Non sono mai stato bravo in quello. Ci sono dei chitarristi che sono come dei jukebox virtuali, e io decisamente non lo sono. Con questa lista di 50 pezzi avevo tre mesi prima dell’inizio del tour, così mi sono concentrato e ho iniziato a impararle. È stata una sfida e una grande esperienza. Sono davvero arrivato al cuore del catalogo di Bruce, ho visto i meccanismi interni che regolano la scrittura dei suoi pezzi.

È mai successo che abbia annunciato delle canzoni sul palco che tu non conoscevi così tanto?
Oh, amico! Quelle 50 canzoni erano solo per il primo concerto del tour [ride]! Prima del secondo show mi ha mandato un sms con altre sette canzoni da imparare. Ho avuto più o meno un’ora e tre quarti per farlo. E il giorno dopo ancora, stessa storia. A volta accetta delle richieste dal pubblico. Gente che scrive i titoli di quello che vuole sentire su dei cartelli. Alla fine ho smesso di preoccuparmi e mi sono rilassato. Mi pare che abbiamo fatto dieci concerti in Australia? Abbiamo suonato 78 canzoni, e penso di averne ingarrate 77.

Su quale ti sei incasinato?
Ce n’è una che si chiama The Detroit Medley che non conoscevo. Quando ha scelto quella canzone fra le richieste del pubblico ho pensato immediatamente “Medley di cosa?”. Poi ho fatto l’errore di essere un po’ troppo arrogantello, così quando il medley è passato alla seconda canzone che lo compone, e cambia di tonalità, intanto ero tutto perso in una jam e per un po’ ho suonato in una tonalità sbagliata:

 

Sono sicuro che stare sul palco con quelle persone e suonare l’assolo diJungleland deve essere stato surreale. 
Oh, sì! Probabilmente il momento più extracorporeo però deve essere stato quel momento diBorn to Run quel “bam bam bam bam, bam bam bam bam bam”. Io e Bruce di fronte a un’arena stracolma, che ci scatenavamo su quel pezzetto… Io ho scoperto Bruce a vent’anni, non ci ero cresciuto, ma quando l’ho scoperto mi ci sono immerso completamente. Tutte le cassette che ho ascoltato quando ho traslocato dall’Illinois alla California erano cassette di Bruce Springsteen. Trovarmi da adulto su un palco di Brisbane a suonare Badlands non ha prezzo.

 

Quando è successo che ci si è messi a parlare di un album al quale avresti collaborato?
Non penso si sia mai parlato di un album in studio. Prima del tour mi avevano fatto avereAmerican Skin (41 Shots) per suonarci su. L’ho fatto nello studio che ho in casa mia, e a Bruce è piaciuto molto il risultato. Poi mi hanno mandato un altro paio di canzoni. Il giorno prima di partire per l’Australia, abbiamo inciso The Ghost of Tom Joad a Los Angeles. Eravamo io, Max Weinberg e Ron Aniello. Abbiamo fatto solo la struttura base della canzone e io ho cantato la mia parte. Ma queste session continuavano ad avvenire senza che ci fosse stato un annuncio formale [ride] su cosa fossero. A me sembrava di aver capito che “Bruce registra di continuo”. Per cui per me era fantastico che mi fosse stato chiesto di farne parte. Ero pazzo di gioia.

Poi penso fossimo a Brisbane per la prima parte del tour e mi arriva un messaggio che dice: “Ehi, puoi trovarti in studio di registrazione domani?”. E io: “OK [ride]! Ma che stiamo facendo?”. E mi portano in studio dove lavoro a un numero di canzoni X. Può darsi che in quella sede ci fosse anche qualcosa che avevo già inciso ma sul quale Bruce voleva ritornassi aggiungendo un assolo di un certo tipo. E poi è arrivata tutta la band per incidere High Hopes, che ormai era diventata un punto fisso della scaletta. E anche Just Like Fire Would.

Ma non c’era Ron Aniello, giusto?
No. Nick DiDia ha registrato quel materiale in Australia.

Quanti studi separati avete usato in Australia?
Solo due. Ero a Brisbane per conto mio. E poi tutto il gruppo si è trovato per le proprie canzoni a Sydney, in un solo giorno. Non sono sicuro se abbiano ri-registrato qualcosa dopo oppure no.

Tutta la band era in studio? 
Tutta. Coriste, sezione fiati… Tutti quanti.

E avete continuato a registrare anche dopo finito il tour? 
Oh, sì. Le canzoni continuavano ad arrivare e io ho continuato a suonarle. Ho lavorato su diverse altre tracce una volta tornato a Los Angeles.

Ma c’è stato un momento in cui Bruce ti ha detto che stava andando così bene che con il materiale avrebbe assemblato un album?
Ho capito in Australia che il materiale stava crescendo fino a diventare una pubblicazione importante. Bruce sembrava entusiasta di quanto stava uscendo dallo studio di registrazione, e la qualità era eccellente.

È un mix piuttosto eclettico di cover, canzoni vecchie e outtake. È un approccio piuttosto unico al formato album per uno come lui.
Per me è come una timeline. Anche se la scrittura delle canzoni può sembrare eclettica a dir poco, a me sembra un insieme coerente e coeso. È un tale onore far parte di un disco di Bruce Springsteen. Avevo suonato su Wrecking Ball, ma qui suono molto di più, canto, e faccio anche dei duetti.

Non mi viene in mente nessun altro caso in cui un ospite canta un’intera strofa su una canzone di Springsteen, anche se Michelle Moore ha rappato lo special diRocky Ground. A ogni modo, è un grande onore.
Assolutamente sì. E non sono un fan di Bruce Springsteen tanto per dire. Sono un suo grandissimo fan. È un onore incredibile essere in grado di collaborare in questo modo, e il fatto che mi sia stato chiesto di continuare a suonare la chitarra per lui è qualcosa che non riuscivo nemmeno a sognare. Ma sono felice di farlo, amico.

Quante altre volte sei stato in studio dopo la fine del tour? 
Ci sono state sicuramente due o tre giornate di lavoro a Los Angeles prima di volare in Australia, poi ho fatto le cose in studio a casa mia. E poi dopo ho visitato un altro paio di studi di registrazione.
Prima dell’inizio del tour conoscevi le cover come High Hopes?
Guidavo in giro per Los Angeles a dicembre del 2012 e stavo ascoltando la E Street Radio su SiriusXM. MiseroHigh Hopes dal Blood Brothers EP, e la conoscevo già, ma sentirla mi ha ricordato che jam grandiosa fosse. Ho pensato che sarebbe stato divertente suonarlo. Così nel bel mezzo della notte ero seduto in auto sul vialetto di casa mia e mandai un SMS a Bruce: “Che ne pensi diHigh Hopes per il tour?”. La mise in scaletta. Sembrava proprio il pezzone rock perfetto. E mi sembrava adatta al mio stile chitarristico, così pensai che sarebbe stato bello scatenarsi a suonarla.

È interessante la longevità di una cosa come The Ghost of Tom Joad. È la traccia che dà il titolo a un disco di quasi vent’anni fa, in fondo.
Beh, penso che sia una delle canzoni migliori di Bruce, e davvero va al cuore del suo modo di scrivere di problemi sociali in una maniera che è simile al raccontare una storia. È una canzone che racconta una storia molto umana, e l’accompagnamento musicale evoca i diversi intenti che sono sullo spettro della lotta per la giustizia sociale. È una ballata di protesta che suona come un lamento, ed è anche l’inno rock che suona come una minaccia:

 

American Skin (41 Shots) ovviamente ora ha assunto un altro significato dopo la morte di Trayvon Martin.
Certo, assolutamente sì. Quella canzone per me è stata fra quelle più problematiche. È stata anche la prima che ho inciso. Normalmente quello che faccio è andare in studio a giocare un po’ con il pezzo per catturare un po’ di ispirazione, per vedere se al mondo piace quello che sto facendo. Ma quella canzone proprio non voleva saperne di prendere forma. Ci sono tornato su un paio di volte, e sono contento di averlo fatto perché alla fine del processo sono davvero soddisfatto dell’assolo di chitarra e della parte ritmica che ho ottenuto. Ma ho dovuto davvero faticare.

Pensi che suonerai molti di questi pezzi nel prossimo tour?
Beh, spero proprio di sì. Sono belle canzoni.

Steve è tornato, quindi adesso siete tanti chitarristi. Come vi dividerete? 
Beh, credo che avrò un’indicazione precisa solo una volta iniziate le prove a Città del Capo. Però ripasserò tutto il catalogo delle canzoni molto prima di allora.

Pensi che il tour proseguirà anche nel resto del 2014?
Non ne ho idea. Dovresti chiedere a Bruce. Io so solo quelle nell’emisfero australe.

Ma saresti disponibile a suonare ancora se dovesse presentarsi l’opportunità? 
Ehi, non mi è ancora capitato di dire no a Bruce Springsteen quando si tratta di suonare.

Ripenso al 1992. Pensa come sarebbe difficile spiegare quello che sta succedendo oggi a qualcuno di allora. 
In che senso?

Bruce era a un punto molto basso della sua carriera, mentre i Rage Against the Machine erano freschi, intensi e diversissimi da quanto stava facendo all’epoca. Pensa tornare a quegli anni e dover dire: “Bruce riformerà la E Street Band, ma Steve Van Zandt dovrà andare in Norvegia a girare un telefilm che si potrà guardare solo sul computer, e per rimpiazzarlo verrà chiamato il chitarrista dei Rage Against the Machine…”. Sembrerebbe una cosa pensata da un pazzo.
Ah sì, è proprio un po’ folle. Ma posso solo ripeterlo: è un onore grandissimo. E ora che ho suonato un po’ di volte lo è ancora di più. Fino al tour australiano avevo suonato solo un brano con la E Street Band, magari qualcosa di più in altre occasioni. Ma stare su un palco e vedere Bruce lavorare è incredibile.

Tutti loro lo sono. A volte mi sembra che Max Weinberg lavori più duro di tutti. Suonare la batteria in quel modo per tre ore e mezza deve essere davvero mostruoso. 
Sì. Sono proprio tre ore e mezza. Al bar di un hotel dopo un concerto io e Max facevamo paragoni. Io dicevo “Gli show con i Rage Against the Machine erano stancanti, ma non abbiamo mai suonato più di un’ora e venti di seguito in tutta la nostra storia”. Voglio dire, erano show che ti esaurivano dal punto di vista cardiovascolare, ma quelli di Bruce ti esauriscono dal punto di vista ortopedico.

 

 

da www.rollingstonemagazine.it

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