Intervista ad Alice Cooper (da rollingstonemagazine.it)

Pubblicato il da prettyvacant

Di Steve Baltin

 

In un ritratto recente, Foto p.g.c. UMe

Alice Cooper ha sempre inserito canzoni altrui nei suoi concerti, ma al cantante già omaggiato dalla Rock and Roll Hall of Fame, diversamente da altri artisti, non è mai capitato di incidere un album di sole cover. Una cosa che sta per succedere, però: e grazie all’ispirazione della sua leggendaria comitiva di compagni di bevute, gli Hollywood Vampires, un gruppo che comprendeva John Lennon, Keith Moon, Harry Nilsson e tanti altri.
Sono trent’anni che Cooper non beve più. Quando ripensa a quegli anni, all’inizio della sua carriera, dice: “È stato una vita fa”. Ma è una vita che ricorda bene, fra una riflessione sui tentativi di salvare Jim Morrison, la sana rivalità con gente come Iggy Pop, Lou Reed e David Bowie e le sue opinioni su giovanissimi come Justin Bieber.

All’evento di beneficenza sponsorizzato da John Varvatos ti ho visto che parlavi con Joe Perry degli Aerosmith. Siete vecchi amici, no? 
Abbiamo scritto delle cose insieme per un film, erano gli anni ’80. Lavoravamo in una casa che era del produttore, Shep Gordon, e che aveva una reputazione di essere abitata da fantasmi. Alla fine non è come nei film, che senti dei rumori che arrivano dalla cantina e vai a vedere cos’è: siamo scappati. Sentivamo roba come di qualcuno che muove i mobili. E Shep ci fa “Ah, sì, qui è dove è stato scritto Amityville Horror. E io: “Beh, grazie, potevi dirmelo prima”.

So che farai dei concerti con Marilyn Manson. Avevate mai suonato insieme prima? 
No. A dire il vero, la prima volta che l’ho incontrato eravamo in Transilvania. Una cosa stranissima. Ci eravamo mandati dei messaggi via intervista, l’uno con l’altro, per poi scoprire che avremmo suonato allo stesso festival in Romania, forse a tre o quattro chilometri dal castello di Dracula. Era un grande evento all’aperto. L’ho visto la sera che passava davanti al mio camerino, e l’ho chiamato. Così finalmente ci siamo incontrati di persona, e abbiamo parlato del fatto di essere sposati. Io sono sposato da 37 anni.

E subito dopo il tour comincerai questo album di cover…
Nel concerto abbiamo un segmento che è un tributo agli Hollywood Vampires, i miei vecchi compagni di bevute. C’erano Keith Moon, John Lennon, Harry Nilsson, Micky Dolenz – un gruppo molto eclettico di ubriaconi. Metà di loro non ci sono più, così faccio quattro canzoni dedicate a loro. Suoniamo Break On ThroughRevolutionMy Generation e Foxy Lady di Jimi Hendrix. Mi sono detto “Non l’abbiamo mai fatto un disco di cover, pensiamoci”. E io e il produttore Bob Ezrin lo stiamo immaginando adesso.

Che canzoni vorresti metterci? 
Vorrei rimanere nel periodo compreso tra 1973 e 1974. Non voglio andare da nessuna parte ma rimanere in quel periodo di ubriachezza molesta, un periodo molto specifico. Vorrei anche inserire Break On Through, che è un gran pezzo rock. Gli altri, se ci pensi… Harry Nilson, ci sono un sacco di cose sue che potrebbero essere “rockizzate”. Mi piace pensare alle canzoni come a dell’argilla. Prendi una canzone come Jump Into the Fire e portala a un livello di “durezza” superiore: funzionerà.

Quando vuoi far uscire il disco? 

Penso l’anno prossimo. Finisco il tour a dicembre, e poi andrò direttamente in studio.

Riesci a ripensare a quel periodo con una prospettiva diversa? 

Era un’altra vita, onestamente. Una vita diversa. Io e Bernie Taupin eravamo amici strettissimi, e anche lui era un vampiro. Era l’ultimo a cadere, per così dire, un eccellente ubriacone inglese. Anche oggi ogni tanto ci sediamo e ne parliamo. Sono stato sobrio da trent’anni in qua e mi dico, era proprio un’altra vita. Ma eravamo tutti artisti, e ubriacarsi sembrava cool. Fra di noi avevamo anche quella forma di competizione oltre a quella artistica. Ero interessato ai dischi nuovi che uscivano di quelli che frequentavo, come Bowie, o Iggy o Lou Reed… Per me era quasi come far parte di un movimento teatrale, non mi sentivo in competizione con loro.

Un paio di anni fa parlavo con Nick Cave, e diceva che la gente deve poter fare errori.

Mi dispiace tanto quando penso a queste nuove band. Non hanno possibilità di fare errori. Se sbagliano una volta, sono finiti. Noi dobbiamo fare errori, invece. Dobbiamo avere il diritto di fare dei flop insieme a degli album che vanno subito al numero uno.

E bisogna avere il diritto di fare cazzate in pubblico, anche se ora c’è tanta di quella pressione dai media… Pensa a Justin Bieber – quella settimana di casini a Londra era più che prevedibile. 
Hai visto che è successo a Phoenix? Sale in scena, volta le spalle al pubblico e vomita. L’ho detto a un giornalista, “Justin, un consiglio sulla vita rock and roll da professionista: mai voltare le spalle al pubblico se vomiti. Fatti vedere mentre succede… Perché è un momento che ricorderanno”. Fai accendere le luci in sala, magari. Se riesce a superare questa cosa sarà un artista maturo più o meno in una decina d’anni: i suoi show sono buoni, ma deve sopravvivere ai prossimi dieci anni. Tutti questi eccessi gli presenteranno il conto più prima che poi.

 

Sono errori che devi fare. Tu per esempio sei sopravvissuto ai tuoi errori. Ma con tante storie famose di gente che non ce la fa, che cosa pensi quando succede una cosa tipo quella di Amy Winehouse?

O Jim Morrison – nessuno riuscì a convincerlo che non c’era bisogno di morire… Io ero un ubriacone, ma ero un peso leggero rispetto a lui, e nessuno riuscì a fargli cambiare idea sulla sua autodistruttività. Era quella la sua direzione, e basta. Con Amy è stato lo stesso. Non la si poteva convincere, non credo proprio. I veri artisti si prendono sempre di questi rischi, e sono loro che alla fine rischiano di morire.

Tu come sei sopravvissuto?
Una mattina mi sono svegliato vomitando sangue, e ho capito che era un segno, che Dio mi stava dicendo “Per te basta così. Se vuoi continuare a fare rock and roll prego, ma devi trovare un altro modo”. Perché stavo morendo. Il dottore mi disse “Fra due settimane sarai con Jimi, Jim e tutti gli altri”. E io risposi, “Voglio stare qui e fare dischi”. Mi sono dovuto fermare. Lo stesso è successo a Iggy, a Lou, a Steven Tyler o Joe. Sono qui perché davanti a quell’incrocio hanno fatto la scelta giusta. Altrimenti sarebbero morti. Saremmo tutti morti.

Ma come dici tu, alcuni non sono stati in grado di fermarsi.
Penso che a quell’epoca i Jim Morrison o le Janis Joplin non volessero nemmeno arrivare a vedere il proprio trentesimo compleanno. Ventisette anni: era la loro data di scadenza. Quel numero 27 ricorre un sacco di volte. Penso che si siano detti “27 è troppo vicino a 30: voglio bruciare e basta”. Sai che c’è? L’eroina e il rock and roll: sono due cose che messe insieme non funzionano. Se ci aggiungi un po’ di schizofrenia, o di disturbo bipolare, è così che ottieni Syd Barrett e Brian Wilson. Due geni. Brian continua a comporre, lo adoro, lo considero un genio. Ma chissà che avrebbe potuto fare ora? Cose fantastiche, se solo alla schizofrenia e al disturbo bipolare non avesse aggiunto gli acidi o lo speed. Fu come aggiungere combustibile a un fuoco.

Perché i musicisti di oggi ancora si drogano?
Penso sia una specie di provocazione. “Ok, mi ucciderà, ma lo faccio lo stesso”. Lo dico sempre a questi ragazzi: non riesco a pensare a una singola persona che abbia preso un sacco di droghe e poi a valle di questo abbia potuto dire “Lo sai? È stata davvero un’ottima idea”. Se sono ancora vivi al massimo dicono: “Ok, ho scritto delle ottime cose quando ero strafatto, ma meno male che sono riuscito a venirne fuori”.

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