17 Agosto 2026
Nel complottismo contemporaneo, c’è una singolare contraddizione che merita di essere posta in luce: esso si presenta frequentemente come una forma esasperata di diffidenza verso il potere, e tuttavia finisce non di rado per produrre precisamente quella disposizione d’animo che ogni autentica critica dell’autorità dovrebbe combattere. Là dove pretende di smascherare gli arcana imperii, il complottismo rischia infatti di sostituire all’analisi dei rapporti sociali una mitologia del potere; e là dove dichiara di voler restituire agli individui la capacità di giudicare, li conduce talvolta verso una passività intellettuale fondata sulla fede in una spiegazione totale.
Il problema, da una prospettiva antiautoritatia, non consiste dunque semplicemente nel fatto che molte teorie del complotto siano false. Una simile obiezione, per quanto necessaria, rimarrebbe insufficiente. Il punto più profondo è che il complottismo costituisce spesso una forma di pensiero politicamente disarmante: concentra l'attenzione su intenzioni occulte, cabale onnipotenti e gruppi onnipresenti, mentre rende opachi i meccanismi materiali, istituzionali ed economici attraverso i quali il dominio effettivamente si riproduce.
L'antiautoritarismo, al contrario, non ha bisogno di un dio onnipotente per spiegare l'oppressione.
Una società gerarchica non necessita, per funzionare, di un'unica mente direttrice nascosta dietro le quinte. Il potere può essere riprodotto da istituzioni, interessi convergenti, abitudini, incentivi economici, norme giuridiche e rapporti di forza che nessun singolo individuo controlla integralmente.
Questa distinzione è decisiva. Affermare che una determinata élite, un'organizzazione segreta o un gruppo occulto “controlli tutto” sembra, a prima vista, una posizione radicale. In realtà può essere una maniera sorprendentemente rassicurante di concepire la dominazione: se esiste un grande burattinaio, allora il mondo conserva una struttura semplice, quasi infantile, nella quale agli oppressori è assegnata un'intenzione assoluta e agli oppressi il ruolo di vittime inconsapevoli.
Ma la critica antiautoritaria dovrebbe essere assai più inquietante di così. Il dominio non è necessariamente il prodotto di una cospirazione; può essere il risultato ordinario di rapporti sociali nei quali milioni di persone, senza aver previamente concertato alcun disegno comune, finiscono per riprodurre condizioni che nessuna di esse, presa isolatamente, avrebbe potuto creare.
In questo senso, la lezione di Errico Malatesta è particolarmente preziosa. L'anarchismo malatestiano non è una dottrina della credulità, bensì una politica della ragione critica e dell'esperienza. Malatesta insisteva sulla necessità di non trasformare ipotesi e interpretazioni in verità definitive, mettendo in guardia contro l'errore di “accettare come verità definitive, come dommi, ogni scoperta parziale”.
Il passaggio è tanto più significativo perché colpisce una tentazione che non appartiene soltanto alla propaganda autoritaria: può insinuarsi ovunque. Un'ipotesi utile all'analisi diviene una verità sacra; una correlazione diviene una prova; una supposizione diviene una legge universale. A quel punto l'individuo non interroga più il proprio pensiero: lo serve.
Malatesta offre inoltre un criterio politico di grande importanza: contro l'errore e la menzogna, l'anarchico dovrebbe opporre “il ragionamento e la prova dei fatti”, non una nuova inquisizione.
La formula contiene un principio di metodo che dovrebbe essere applicato con inflessibilità anche alle convinzioni che ci sono più care. Se un'ipotesi non sopporta la verifica, il fatto che essa sia ostile al potere costituito non la rende per questo vera. E se una narrazione appare “radicale” soltanto perché attribuisce intenzioni malvagie a un nemico onnipotente, essa non ha ancora acquisito alcun valore rivoluzionario.
Qui la provocazione di Max Stirner diviene straordinariamente feconda. Nel suo “L'Unico e la sua proprietà”, il filosofo tedesco descrive le “idee fisse” come pensieri che hanno finito per assoggettare colui che li pensa: “un'idea che ha assoggettato l'uomo a sé”..
Il complottismo può essere interpretato precisamente alla luce di questa categoria. La teoria non è più qualcosa che possediamo e sottoponiamo alla critica; diventa qualcosa che possiede noi. Da quel momento ogni fatto conferma la teoria, ogni smentita diventa una prova ulteriore dell'astuzia dei cospiratori, ogni contraddizione viene reinterpretata come parte del complotto.
È il trionfo dell'immunizzazione ideologica.
L'idea non rischia più nulla, e proprio per questo non vale più nulla come strumento di conoscenza. Non può essere confutata perché ha cessato di essere un'ipotesi: è diventata un dogma.
Stirner chiamava “spettri” quelle costruzioni concettuali alle quali l'individuo finisce per sottomettersi. Il complottismo produce talvolta proprio questo genere di spettro: una presenza invisibile ma onnipotente, capace di spiegare contemporaneamente eventi contraddittori e di sottrarsi sempre alla verifica. L'ironia è evidente: colui che crede di essersi liberato dalle autorità ufficiali può essersi semplicemente consegnato a un'autorità più impalpabile.
Anche Friedrich Nietzsche, pur non essendo un pensatore propriamente politico, offre strumenti preziosi per comprendere questo fenomeno. In una celebre formulazione, egli osserva che “le convinzioni sono nemiche della verità più pericolose delle menzogne”.
Non è difficile comprendere perché una simile proposizione conservi una forza polemica nei confronti della mentalità complottista. La menzogna, almeno in linea di principio, può essere smascherata come menzogna; la convinzione assoluta, invece, tende a incorporare la confutazione e a trasformarla in ulteriore conferma di sé.
La vera disciplina del pensiero critico consiste dunque anche nella capacità di combattere contro le proprie spiegazioni preferite. Nietzsche invita significativamente a non occultare a sé stessi ciò che può essere opposto alle proprie idee e a condurre quotidianamente una sorta di “campagna contro sé stessi”. È un atteggiamento profondamente incompatibile con la mentalità complottista. Quest'ultima domanda spesso: “Quali fatti confermano la mia teoria?”. La critica radicale dovrebbe invece domandare: “Quali fatti potrebbero dimostrare che la mia teoria è falsa?”.
La differenza non è secondaria. Nel primo caso si cerca una conferma; nel secondo si cerca la verità.
Ma vi è una conseguenza politica ancora più grave. Le teorie complottiste, proprio perché tendono a personalizzare e semplificare il conflitto, possono condurre a conclusioni apertamente reazionarie. Se il male politico viene attribuito a un gruppo occulto, la risposta non sarà necessariamente la trasformazione delle strutture sociali: potrà diventare la ricerca di un nuovo capo capace di “riprendere il controllo”, l'invocazione dello Stato come scudo contro un nemico invisibile, il culto dell'ordine, della sicurezza, della frontiera, dell'autorità o della “sovranità nazionale”.
Il passaggio è tutt'altro che accidentale. Se si immagina che ogni crisi sia orchestrata da un nemico nascosto, la società appare come un corpo assediato. E un corpo assediato, nella retorica politica, viene facilmente invitato a sospendere le proprie libertà in nome della sopravvivenza. Così l'ossessione per la cospirazione può produrre il paradosso di un sedicente ribellismo che reclama più autorità.
Il cittadino persuaso di essere circondato da complotti internazionali, élite onnipotenti, infiltrazioni e tradimenti può giungere a desiderare esattamente ciò che l'anarchismo dovrebbe mettere in discussione: un potere assoluto che prometta di proteggerlo dal potere occulto. La paranoia politica diventa allora una macchina di restaurazione.
Non sorprende, pertanto, che determinate narrazioni complottiste possano convivere con razzismo, autoritarismo, xenofobia o nostalgia per un ordine sociale gerarchico. Se il mondo viene concepito come una guerra permanente fra un “noi” innocente e un “loro” onnipotente, l'individuo è spinto a cercare protezione nell'autorità che pretende di rappresentare quel “noi”. La reazione trova così il proprio alleato nella paura. Il complotto distrae dal conflitto reale
Il vero antagonista del complottismo non è nemmeno la fiducia cieca nelle istituzionii, ma il pensiero libero.
Malatesta ci ricorda che l'anarchismo non può separarsi dal ragionamento e dalla verifica dei fatti. Stirner mostra il pericolo delle idee che, da strumenti dell'individuo, si trasformano in padroni dell'individuo. Nietzsche radicalizza il problema, invitandoci a diffidare persino delle convinzioni che ci appaiono più nobili e più evidenti. Da queste prospettive emerge una concezione assai diversa da quella che il complottismo talvolta pretende di incarnare.
Perdersi nel labirinto delle cospirazioni significa, in ultima istanza, smarrire proprio ciò che rende possibile una politica emancipatrice: la capacità di distinguere, verificare, dubitare, organizzarsi e agire. E forse è questo il più sottile servizio che il complottismo può rendere alla reazione: trasformare la rabbia contro il dominio in una guerra contro fantasmi, lasciando intatte le strutture che producono il dominio reale.