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Pretty Vacant Zine (Attualità, Filosofia, Arte, Politica)

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Fama, legittimazione e moralità nella società dei podcast

Fama, legittimazione e moralità nella società dei podcast

Vi è un tratto inquietante nell'attuale proliferazione dei podcast: la progressiva assimilazione della visibilità alla legittimità, della notorietà alla dignità, della presenza nello spettacolo alla prova stessa di un qualche valore sostanziale.
Sembra essersi imposto un principio tanto semplice quanto devastante: se qualcuno è sufficientemente visibile, allora deve essere sufficientemente importante, e se è importante, allora merita di essere ascoltato.
È precisamente qui che la lezione di Guy Debord torna a rivelarsi di straordinaria attualità.
Nel saggio “La società dello spettacolo”, Debord non descrive lo spettacolo come una semplice proliferazione di immagini, ma come un rapporto sociale mediato dalle immagini. Lo spettacolo non è dunque una superficie sovrapposta alla realtà, ma è il principio attraverso cui la realtà viene percepita e riconosciuta.
Nella sua forma contemporanea, tale principio può essere radicalizzato fino a una formula brutale: ciò che appare esiste, e ciò che non appare è socialmente prossimo al nulla.
Ma bisogna aggiungere un corollario: ciò che appare non si limita ad esistere, ma acquista dignità per il solo fatto di apparire. È questa la trasformazione che il podcast rende oggi particolarmente evidente.
Questo format si presenta spesso come luogo della conversazione autentica, dell'approfondimento, della parola sottratta ai tempi isterici della televisione. E tuttavia, dietro questa apparente informalità, opera una logica assai antica, ovvero la trasformazione dell'individuo in personaggio.
L'ospite non viene necessariamente convocato per ciò che sa, per ciò che ha fatto o per la sua autorevolezza. Viene convocato perché è “qualcuno”. La sua qualità fondamentale è la riconoscibilità. Il suo capitale è la capacità di produrre attenzione.
Il giornalista, il politico, l'imprenditore, il buffone, l'influencer e l'intellettuale vengono così sottoposti al medesimo criterio di selezione: sono spendibili? Producono pubblico?
Le loro qualità possono essere radicalmente diverse, ma la logica che li incorpora nello spettacolo è la stessa, ed è precisamente qui che l'economia dell'attenzione comincia a produrre una particolare forma di confusione morale. Il problema non è che un buffone venga intervistato. Una società libera può ascoltare chiunque. Il problema è la progressiva scomparsa della differenza tra ascoltare qualcuno e accreditarlo. L'intervista, nella sua forma tradizionale, presupponeva una distanza. Il giornalista poteva interrogare un individuo potente senza per questo riconoscerne l'autorità morale. Poteva dare la parola a un personaggio controverso mantenendo intatta la possibilità di giudicarlo.
La logica spettacolare tende invece a cancellare questa distanza. L'ospite viene accolto, illuminato, ascoltato per ore. La macchina da presa ne registra i gesti, le pause, le confessioni, le battute. Gli viene concessa una centralità narrativa che, indipendentemente dalle intenzioni del conduttore, produce un effetto di umanizzazione, normalizzazione e legittimazione.
Il buffone seduto accanto al conduttore non è più soltanto un buffone: diventa un ospite. Il politico non è più soltanto un uomo di potere: diventa un protagonista. Il provocatore diventa un personaggio. L'influencer diventa un fenomeno. La categoria dell'ospite neutralizza le differenze.
Qui emerge il nucleo politico della questione. Il sistema mediatico contemporaneo non ha bisogno di affermare che tutte le idee, anche le peggiori, abbiano lo stesso valore. Gli basta comportarsi come se avessero lo stesso valore spettacolare. Il capitalismo dello spettacolo non deve proclamare che il politico e il buffone, il filosofo e l'influencer siano moralmente equivalenti. È sufficiente che li sottoponga allo stesso criterio: quanto pubblico possono generare?
La misura economica precede così ogni altra misura. 
L'audience diviene così una sorta di criterio trascendentale che magari non stabilisce formalmente il vero, il giusto o il buono, ma stabilisce chi avrà il diritto di entrare nello spazio nel quale il vero, il giusto e il buono vengono discussi.
È una forma di potere più sottile della censura. La censura impedisce di parlare. Lo spettacolo, più elegantemente, decide chi vale la pena di ascoltare.
È qui che il capitalismo autoritario dello spettacolo mostra il proprio volto più compiuto. Non necessariamente attraverso un'autorità che impone dall'alto ciò che dobbiamo pensare, ma attraverso un sistema nel quale la capacità di attribuire valore viene progressivamente sostituita dalla capacità di misurare l'attenzione. Non occorre stabilire chi sia buono. Occorre stabilire chi sia popolare.
Occorre allora recuperare una distinzione che lo spettacolo tende sistematicamente a dissolvere: quella tra visibilità e valore. Una persona può essere invisibile e straordinaria. Allo stesso tempo può essere celebre e mediocre, e possedere un pubblico enorme senza avere nulla di importante da dire. La questione, dunque, non è stabilire chi debba essere invitato nei podcast. È chiedersi quali criteri utilizziamo per attribuire autorevolezza, dignità e rilevanza alle persone che occupano lo spazio pubblico.
Se l'unico criterio rimane l'audience, allora lo spettacolo avrà già vinto. Perché non avrà più bisogno di convincerci che ciò che appare è vero, buono o giusto. Gli sarà sufficiente convincerci che ciò che appare conta.
Potremo continuare a distinguere, nelle nostre convinzioni private, il politico dal buffone, lo studioso dal ciarlatano, l'uomo autorevole dal personaggio mediocre. Ma se tutti vengono sottoposti alla medesima liturgia della celebrità, alla medesima centralità narrativa e alla medesima monetizzazione dell'attenzione, il sistema avrà già compiuto la propria opera.
Non avrà detto formalmente che sono uguali, ma li avrà resi equivalenti.
Ed è forse questa la forma più compiuta della società dello spettacolo: un universo nel quale non è più necessario che tutto sia vero, né buono, né rispettabile. È sufficiente che tutto sia visibile, perché ciò che appare esiste. E ciò che esiste, nell'economia dello spettacolo, deve necessariamente essere consumato e infine consacrato. 
Ed è proprio qui che questa logica rivela la sua più inquietante utilità politica. Se la notorietà è sufficiente a conferire dignità, allora lo spettacolo diventa un dispositivo straordinariamente efficace per la circolazione delle idee autoritarie. Non è più necessario dimostrare che un propagandista sia autorevole: è sufficiente renderlo visibile. Non è necessario che una falsità venga dimostrata vera: è sufficiente inserirla nello stesso spazio discorsivo occupato da persone riconosciute come rispettabili. La forza della propaganda contemporanea risiede spesso proprio in questa confusione delle gerarchie epistemiche. Il giornalista, lo studioso, il politico, il buffone, il diffusore di teorie infondate e il propagandista di una dittatura vengono tutti trasformati in semplici “voci” alle quali concedere spazio. Ma una voce resa spettacolare non è più soltanto una voce: è una voce alla quale è stato conferito, attraverso la macchina della visibilità, un surplus di legittimità.
Per il propagandista autoritario, è una condizione ideale. Egli non deve più conquistare l'autorità attraverso la competenza o la credibilità: può prendere in prestito l'autorità del mezzo che lo ospita. La sua presenza accanto a interlocutori legittimati, la durata della conversazione, il tono confidenziale, la scenografia dell'approfondimento producono un effetto di normalizzazione che nessun comunicato ufficiale potrebbe ottenere con la stessa efficacia. La propaganda, così, non entra necessariamente nello spazio pubblico come propaganda. Entra come contenuto.
È questa la forma più sofisticata della legittimazione spettacolare: non imporre ciò che il pubblico deve pensare, ma abolire progressivamente i criteri attraverso i quali il pubblico può riconoscere ciò che merita di essere creduto.

 

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