Intervista a Piero Pelu

Pubblicato il da prettyvacant

RS Interview/ Piero Pelù, ritorno a… Pugni Chiusi

Matteo Renzi? 'Un berluschino'. Il rock? 'Saper cambiare'. Questo e molto altro nella chiacchierata con il frontman dei Litfiba che, da solista, ha tracciato il suo Identikit!

 

 

 

 


Di
 Fabio Schiavo

Sguardo sornione e pizzetto alla Sharvash Shavo Odadjian dei System of a Down, ma non così lungo. Parlata rilassata, battutine pronte e accento toscano. Accattivante. Senza sbracare, come in passato. A 51 primavere suonate, “la stessa età di Axl Rose, Bon Jovi e Anthony Kiedis… meglio essere nel Club degli over 50 che in quello dei 27, ‘chè almeno siamo vivi”, Piero Pelù è un tipo simpatico, che ha mollato le “ruvidezze” di gioventù, ma difficile da stoppare quando inizia parlare. Meglio così, perché facilita il lavoro. D’altronde ci sta visto che il suo cognome, “nella lingua degli Incas, significa fiume”. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita di Identikit (Teg/Sony) disco ricompilatorio di brani incisi da solista, “ma non chiamatelo best of, semmai raccolta di quelli che considero i miei pezzi migliori, uno sguardo su quello che ho vissuto dal 1999 a oggi”, venti canzoni, “non necessariamente dei singoli, ma episodi musicali che sono stati per me molto importanti”. Si va da Pugni Chiusi, cover del brano dei Ribelli di Demetrio Stratos a Tutti fenomeni e Toro Loco (versione 2013) passando per LentezzaPrendimi così e Il mio nome è mai più, con in più due inediti: Mille uragani e Sto rock.

In Mille uragani, la frase “Quale bellezza ci può salvare” rimanda al saggio di Tzvetan Todorov, un caso o citazione voluta?

“Un caso, anche se ho letto quel libro. Il pensiero che la bellezza possa essere un’arma a doppio taglio è da un po’ che mi gira in testa, da quando ho iniziato a vedere come l’estetica, soprattutto televisiva, abbia preso il sopravento non solo negli occhi, ma anche nella testa delle persone. Alla fine quando sento dire che un determinato politico è credibile perché ha una faccia credibile, m’incazzo mica poco”.

Ti riferisci a Renzi?
“Quando Matteo si toglierà la maschera e mostrerà il suo vero volto, quello di un berluschino solo allora gli italiani capiranno che stanno per prendere un altro granchio. È un rottamatore da rottamare. Sia ben inteso non ho niente contro di lui, però…”.

…Però?
“(Ridacchia) Conosco sulla mia pelle di fiorentino quelle che sono le sue mancanze come amministratore. È arrivato, giovane e pimpante, e ha ammazzato tutto. Ad esempio, è riuscito a mettere una pietra tombale sulla cultura a Firenze, una fra le dieci città più belle al mondo. E ancora: l’ha resa sempre più schiava del traffico privato, non facendo investimenti per potenziare il trasporto pubblico. E basta, ho già parlato fin troppo di Renzi, parliamo di musica”.

Perché inserire in una raccolta di classici anche versioni aggiornate?
“Sono iconoclasta, ma non atomico, come Bob Dylan che per me abusa un po’ di se stesso, ma è giusto così, visto come si massacra è altrettanto corretto che massacri le sue canzoni come meglio crede. Delle volte sa essere veramente stronzo, se ne approfitta… A proposito delle riletture, Pugni chiusi spiega perfettamente quello che voglio dire”.

Quindi, riguardo Pugni chiusi, il rock è ancora questo o è rimasto solo questo?
“È stata la mia prima canzone da solista. Ero stato invitato in Rai da Celentano aFrancamente me ne infischio. In quella serata vennero fuori due cose fantastiche: Pugni chiusi, che con quell’arrangiamento è finita sul mio primo singolo, e SvalutationPugni mi è sempre piaciuta: sul piano vocale perché c’era la voce di Demetrio, meno su quello musicale perché aveva un suono che consideravo datato, troppo anni Sessanta. Il difficile è stato modernizzarla… mi sembra di esserci riuscito bene. O no?”.

 

Il tuo amore per il rock viene da lontano.
“Pensa che a otto anni ho investito parecchie paghette settimanali per comprare la mia prima chitarra, una Eco Eldorado Folk!”.

 

A questo punto la domanda prevedibile: a che punto siamo con i Litfiba?

“Per ora in una fase di fermo biologico. Ci troviamo in zona di ripopolamento e cattura di nuove idee per il futuro. E quindi, con calma, nel 2014, dopo l’estate, ricominceremo a scrivere pezzi per il nuovo album, perciò, Don’t Panic!”.

Per molti i Litfiba erano 17 Re e basta, da li in poi, parafrasando Bennato, “sono solo canzonette”…
“Ah, i talebanacci del rock sempre in agguato e pronti a sentenziare e a discettare di purezza, quelli che ti tengono fermo in una casella e guai a muoverti da lì… A loro dico: voi amate quell’album, io, invece, amo la musica. E quindi trovo giusto cambiare, provare, sperimentare… E anche sbagliare. Però, indubbiamente 17 Re è stato il nostro capolavoro. Lo scrissi a metà tra un amore finito e uno nascente. Quando soffri sei più creativo, ce lo insegnano i nonni del blues!”.

Con i Litfiba hai debuttato quando è morto John Lennon; adesso ti sta ingrigendo, ma il rock non era un elisir di giovinezza?
“(ride) Quello che conta è l’attitudine. Il rock è un vortice continuo in cui sono ancora felicemente coinvolto e una dea cui sono ancora totalmente devoto. In più rock vuol dire libertà, rabbia positiva, ingenua ricerca utopica di verità e ironia. Il rock è avere sete, fame, essere curiosi. E fare pochi compromessi”.

Tu ne hai accettati…
“Il compromesso è l’unica chiave per la convivenza. Il solo che concepisco è quello con la ‘C’ maiuscola che significa accettare input dall’esterno. Le critiche ben vengano quando sono costruttive, in questo senso il compromesso lo vivo, lo chiedo e lo pretendo dall’esterno. Se però compromesso vuol dire salire sul carro del vincitore allora non me ne fotte nulla”.

Vale ancora “Scrivo per esprimere un’inquietudine”?
“Assolutamente sì, rimango sempre e molto inquieto, insonne, faccio incubi. E amo l’amore: non so fermarmi”.

Quanto sono stati importanti Steinbeck e Salgari?
“Moltissimo. Sono come le cosce della Carrà! Appartengono al mio DNA, alla mia adolescenza, l’hanno segnata profondamente. Affiorano in continuazione. Uno mi ha inculcato l’amore per gli ultimi, i più deboli, l’altro mi ha fatto viaggiare con la mente. E poi sono un’eredità di mia madre, una tipa tosta. Mi critica ancora per come mi trucco o per le donne che frequento. Se ho scritto molte canzoni incazzate in gran parte è merito suo”.

Non di solo musica vive Pelù…
“Ho sempre avuto una grande passione per i documentari. E così, ad esempio, nel 1995, durante lo Spirito Tour decisi di girarne uno. Sarebbe stato un ‘rockumentario’ dove i Litfiba non apparivano quasi mai. I momenti live vennero filmati da sotto il palco, come se fossero una nostra soggettiva, con il pubblico che cantava e interpretava mimicamente le nostre canzoni… È nato così Lacio Drom. Poi ci sono ricascato durante la reunion del 2010 e il tour europeo. Ho girato Cervelli in Fuga, dove racconto quello che si vede uscendo dall’Italia negli anni Dieci del secondo millennio, dando così un grande spaccato del nostro Paese all’estero”.

 

Sempre nel ’95, hai intervistato Licio Gelli…
“Mi trovavo ad Arezzo con Alex Majoli, grande fotografo. Ci viene l’idea di intervistare Gelli. Prendiamo la macchina e arriviamo a Villa Wanda. Suoniamo. Ci fa attendere una decina di minuti e poi ci riceve. Gli ho chiesto di Andreotti e Berlusconi, ma non di Piazza Fontana, troppa paura. Era una situazione massonica, patafisica. Surreale. Tutto era in penombra. Un uomo con mille maschere. Pirandelliano”.

È ancora importante per te la politica?
“La seconda domanda è…? Trovo che non ci sia nulla di più antipolitico dei nostri politici. Tutti, nessuno escluso. Ho un grande sogno: che al governo ci siano dei tecnici veri, non come questi che colpiscono i pensionati e sfottono i giovani”.

Voterai alle primarie del PD?
“Per me P.D. è solo l’acronimo di un moccolo…”.

 

 

tratto da www.rollingstonemagazine.it

 

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