22 Aprile 2025
Oggi parliamo di un pensatore figlio della tradizione anarchica che non è stato solo un teorico ma un architetto del possibile, un pensatore di mondi alternativi, un seminatore di futuro: Murray Bookchin.
La sua opera è stata il frutto di un crocevia culturale ricchissimo: dal mutualismo di Proudhon e il comunismo libertario di Kropotkin all'anarchismo di Bakunin, fino all’umanesimo razionale dell’Illuminismo, passando per la democrazia assembleare dell’antica Grecia e per il pensiero ecologista più avanzato del XX secolo.
Bookchin ha assorbito e rielaborato per innovare. In lui convivevano l’analisi socialista e la critica profonda dell’autoritarismo, l’amore per la natura e la fiducia incrollabile nella capacità dell’essere umano di autodeterminarsi.
A partire dagli anni ’60, egli ha elaborato una teoria nuova, potente, che ha preso il nome di Municipalismo Libertario: una proposta di trasformazione sociale che non mirava a conquistare lo Stato, ma a svuotarlo di potere, costruendo al suo posto una rete di comunità autogestite, collegate tra loro in forma confederale.
In questa visione, la politica non è più monopolio di partiti, ma torna a essere ciò che era originariamente: la cura della polis, della comunità. Ogni quartiere, ogni città, ogni villaggio può diventare un laboratorio di anarchia e antiautoritarismo, dove le decisioni collettive vengono prese in assemblee pubbliche, aperte e paritarie. Un’utopia concreta, che ha radici nella storia antica ma fiorisce nel presente.
Per Bookchin, la questione ecologica non può essere separata da quella sociale. Egli ha parlato, non a caso, di ecologia sociale, affermando che lo sfruttamento della natura nasce dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Solo una società giusta, egualitaria, non patriarcale e antiautoritaria può ristabilire l’equilibrio perduto tra l’umanità e il pianeta.
Eppure, ciò che rende la figura di Bookchin straordinaria non è soltanto la bellezza della sua teoria, ma la sua trasformazione in prassi rivoluzionaria, là dove nessuno l’avrebbe previsto, come ad esempio nella regione curda del Rojava.
Nel 1999, Abdullah Öcalan, leader storico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), venne catturato e imprigionato su un'isola. Durante la sua lunga detenzione ha finito per abbandonare gradualmente, grazie a una serie di letture molto importanti, il modello marxista-leninista, per approdare a una visione più antiautoritaria e vicina all'anarchismo.
Tra queste letture, insieme a Foucault, Nietzsche, Bakunin e Kropotkin, c'era Bookchin.
Influenzato da questo autore libertario, ha teorizzato allora il Confederalismo Democratico, una reinterpretazione delle idee dell'autore americano adattata alla realtà mediorientale.
In questa teoria la presa del potere statale viene rifiutata, in luogo di una costruzione di una rete di comuni, di comitati di base, di consigli popolari, fondati su autogestione, ecologia e liberazione femminile.
Nel 2012 nel Rojava, queste idee sono diventate realtà. In questa regione sono sorte assemblee locali, cooperative agricole, scuole comunitarie, tribunali non punitivi.
Il popolo si autogoverna secondo i principi del municipalismo libertario: orizzontalità, consenso, solidarietà.
La condizione della donna nel Rojava è uno degli aspetti più rivoluzionari e significativi di questo esperimento sociale e politico. Non è solo una questione di diritti formali: la liberazione della donna è vista come condizione necessaria per la liberazione dell’intera società. Per il movimento curdo, il patriarcato è il primo sistema di oppressione nella storia dell’umanità. Liberare la donna significa quindi rompere tutte le catene dell’autoritarismo e del capitalismo.
Bookchin non ha vissuto abbastanza per vedere questa messa in pratica delle sue idee, ma la sua eredità ideologica arde viva nelle città curde.
Le idee di questo pensatore, in realtà, hanno viaggiato ancora oltre, fino alle pianure martoriate dell’Ucraina. Lì, mentre l’invasione russa metteva a rischio la sovranità e la libertà di milioni di persone, alcuni anarchici internazionalisti, già veterani della difesa del Rojava, hanno deciso di tornare a combattere.
Per questi militanti, la lotta per la libertà non conosce frontiere. Il filo rossonero dell’anarchismo contemporaneo unisce le montagne del Kurdistan all'Ucraina, passando per le comuni zapatiste.
È lo stesso spirito, lo stesso sogno: costruire mondi in cui vivere liberi.
Alcuni di questi militanti come Finbar Cafferkey, Dmitry Petrov o Cooper “Harris” Andrew, purtroppo sono caduti in battaglia, in nome dell'internazionalismo e della lotta al fascismo putiniano.
Il Municipalismo Libertario non è una dottrina chiusa. È una visione in cammino, un invito alla sperimentazione, alla responsabilità, alla partecipazione radicale, perché, come diceva lo stesso Bookchin, "La libertà non è un dono. È una conquista collettiva."