6 Luglio 2025
Nel teatro grottesco dell’informazione italiana, i talk show televisivi pullulano di figure che si travestono da intellettuali, indossando con ostentazione la maschera del “pacifismo ragionevole”, mentre in realtà non fanno altro che ripetere, con accenti vagamente più forbiti, le stanche liturgie del potere autoritario russo. Costoro si presentano come uomini e donne di pensiero, come portatori di equilibrio in un mondo polarizzato, ma dietro il paravento dell’equidistanza celano un servilismo ideologico ben più sinistro: quello verso l’imperialismo del Cremlino.
Evocano “provocazioni della NATO”, parlano di “guerra per procura”, denunciano un “Occidente guerrafondaio” che, a sentir loro, avrebbe quasi costretto Putin a invadere l’Ucraina. Sono gli stessi che, senza arrossire, relativizzano la deportazione dei bambini ucraini, giustificano la repressione del dissenso in Russia, minimizzano i bombardamenti su scuole e ospedali con l’impassibile tono del sofista da prima serata.
Si professano pacifisti, ma sono sempre pronti a perdonare l’aggressore, a compatire il tiranno, a colpevolizzare la vittima. Mai una parola sul potere dispotico russo, sull’imperialismo slavo travestito da “tradizione”, sul nazionalismo reazionario che uccide, reprime, annienta.
Dietro i loro discorsi finto colti, infarciti di citazioni scelte con malizia e di ambiguità semantiche, si cela l’antico spirito dell’autoritarismo che si crede sapiente. È il fascismo travestito da equilibrio, la reazione che si maschera da analisi geopolitica. Non sono uomini di pace, ma complici morali di un’aggressione brutale, di uno Stato che costruisce il consenso sul culto della forza, sull’odio verso ogni diversità, sull’espansionismo imperialista e sull’annichilimento della libertà.
In un’epoca in cui la verità è manipolata e diluita in un oceano di mezze bugie, questi pseudo intellettuali si ergono a sacerdoti del “buon senso”, ma non fanno altro che sdoganare il verbo dell’autoritarismo russo. Dicono di non voler “demonizzare nessuno”, ma il loro rifiuto di prendere posizione è, in sé, una posizione. Una posizione codarda, pavida, profondamente reazionaria. Quando affermano che “la colpa è di entrambi”, non fanno che rimuovere le responsabilità di chi ha invaso, distrutto, ucciso. Il loro pacifismo è solo un modo elegante per stare dalla parte del più forte.
La loro supposta neutralità è una finzione etica: nella storia, come nella vita, l’equidistanza tra chi opprime e chi resiste è già una scelta. Ed è sempre la scelta sbagliata. Costoro non portano pace, ma disprezzo per la verità e sostegno implicito alla tirannide. Non hanno la lucidità del pensiero critico, ma solo l’arroganza di chi si crede superiore ai “popoli che si illudono di potersi autodeterminare”. Non sono intellettuali: sono ideologi mascherati, reazionari in doppio petto, fascisti travestiti da pensatori.
La cultura autentica non cerca rifugi nella nebbia delle ambiguità: prende posizione, rischia, si compromette con la realtà. In tempi di guerra e oppressione, restare neutrali di fronte all’ingiustizia non è segno di saggezza, ma di vigliaccheria. E ogni parola di questi falsi profeti della pace è una pietra scagliata contro chi lotta per la propria libertà.