22 Novembre 2025
Contrastare la disinformazione russa significa prima di tutto riconoscere che essa si innesta nelle contraddizioni profonde delle nostre società, sfruttando il rumore di fondo dell’infodemia globale. Non agisce imponendo una verità alternativa, ma erodendo lentamente la capacità collettiva di distinguere, comprendere, reagire. Herbert Marcuse lo aveva intuito quando, riflettendo sulla tolleranza in democrazia, denunciava il rischio che forme di libertà “possano servire per perpetuare l’assenza di libertà”. È esattamente qui che la disinformazione trova il suo varco: nella possibilità di usare i meccanismi di un sistema aperto per inoculare narrazioni destabilizzanti.
E mentre il rumore informativo cresce, il richiamo etico di Che Guevara invita a non rassegnarsi all’indifferenza: e ad essere sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. Se l’ingiustizia può manifestarsi anche come manipolazione sistematica del reale, allora la vigilanza morale diventa una forma di resistenza.
La cultura mediatica che ospita la disinformazione è stata anticipata con lucidità quasi profetica da Guy Debord, per il quale «tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione». Nel mondo saturo di immagini, la propaganda non ha più bisogno di imporre un racconto: basta inserirsi nello spettacolo continuo, manipolando emozioni, senso di appartenenza e percezioni collettive. Jean Baudrillard, portando ancora oltre questa intuizione, avvertiva che «la simulazione non è mai ciò che nasconde la verità. È la verità che nasconde che non ce n’è alcuna». La disinformazione russa opera precisamente su questo terreno: non costruisce una menzogna da credere, ma un ambiente dove il vero e il falso diventano equivalenti, dove tutto appare possibile e nulla verificabile, dissolvendo così la realtà in un gioco di specchi. Michel Foucault, con la sua idea di potere diffuso, ci ricordava che «il potere è dappertutto; non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove». La forza della propaganda contemporanea non sta dunque nel suo centro di produzione, che pure esiste, ma nel modo in cui circola, si trasforma, si riproduce nei commenti, nei meme, nelle micro-comunità che la rielaborano fino a farla diventare parte del senso comune. E quando Gilles Deleuze osservava che «non siamo più in una società disciplinare ma in una società di controllo», descriveva esattamente il terreno in cui la disinformazione prospera: un ambiente fatto di flussi, di modulazioni continue, di micro-influenze che orientano senza imporre, che insinuano senza dichiarare, che modellano il pensiero senza mai apparire come divieti o comandi. Tenere insieme tutte queste intuizioni significa capire che la disinformazione non è un disturbo esterno da spegnere, ma una forma di potere che abita le infrastrutture stesse dell’informazione contemporanea. Combatterla non richiede solo strumenti tecnici, ma un rinnovato desiderio di verità: un impegno critico, culturale e collettivo. Perché, come suggeriscono tutti questi autori, la verità non è un dato: è una conquista fragile, che vive solo finché esistono persone disposte a coltivarla.
Karl Marx scriveva che le idee dominanti non sono mai neutrali: riflettono i rapporti materiali di potere. In un sistema dove regima autoritari controllano i mezzi di comunicazione, la produzione di narrazioni non è un semplice dibattito culturale ma un’estensione del dominio. La disinformazione serve quindi a mascherare rapporti di forza reali, presentando come inevitabile ciò che è storicamente determinato: autoritarismo interno, aggressività esterna, disuguaglianze sociali. Il suo scopo non è convincere, ma confondere e frammentare la capacità critica della popolazione, generando cinismo e paralisi, ciò che Marx avrebbe chiamato “falsa coscienza”. Anche il presunto anti-imperialismo della propaganda russa funziona così: usa un linguaggio pseudo-emancipatorio per legittimare interessi statali e capitalistici, non l’autonomia delle classi subalterne. In questo senso la disinformazione non è un fenomeno accidentale, ma un dispositivo ideologico strutturale, utile alla riproduzione del potere.
Anche il richiamo a valori “tradizionali” o a un destino storico nazionale riflette ciò che Nietzsche avrebbe definito una “favola metafisica” usata per mascherare istinti di dominio. In questo senso, la disinformazione non è solo menzogna, ma un dispositivo di potere che manipola la prospettiva, logorando la capacità critica e trasformando la realtà in un campo di forze dove prevale chi sa imporre la propria interpretazione.
Errico Malatesta sosteneva che il potere, per conservarsi, ha bisogno non solo della forza ma anche dell’inganno, e la propaganda statale russa risponde pienamente a questa logica: crea paura, alimenta il culto dell’autorità e costruisce narrazioni che giustificano la centralizzazione del comando. La confusione informativa non serve a informare, ma a impedire che le persone possano coordinarsi, criticare, ribellarsi. In termini squisitamente malatestiani siamo dinanzi a una forma di dominio che cerca di spezzare l’autonomia morale e politica degli individui, sostituendo la cooperazione libera con la fedeltà forzata ad uno Stato tiranno e imperialista.